Info: salvatore.renna0@gmail.com
È   solo letteratura per ragazzi (?)
É solo letteratura per ragazzi (?)

È solo letteratura per ragazzi (?)

Scrivere per un pubblico di giovanissimi non è semplice. Per quanto mi riguarda, è stata una delle esperienze tra le più dure della mia vita, ma soprattutto inaspettata. Questo perché non ho mai scritto un romanzo per ragazzi, o meglio, questo è quello che credevo finché non ho visto etichettare “Un Giudice Ragazzino” come tale.
Tutto sommato l’idea, seppur non mia, non mi è dispiaciuta e, anzi, ho accettato di buon grado la sfida di comunicare ad un pubblico di giovanissimi, prevalentemente studenti di scuole elementari e medie, con qualche concessione nelle scuole superiori. Quel che invece mi sta veramente sul cazzo è proprio l’etichetta.
Mi spiego: il romanzo, andando oltre la sua trama, mira ad esprimere contenuti inerenti alla lotta alle mafie e a ogni tipo di sopraffazione, alla cultura della legalità, all’amicizia, al rapporto famigliare, all’assenza delle istituzioni, all’abbandono scolastico e così via, fino ad arrivare alla tanto attesa morale che, nel caso specifico, si rivela nell’aula di un tribunale. L’espediente utilizzato è quello del dialogo tra padre e figlio, che si ritrovano a conversare dinanzi alla stele monumentale di uno dei martiri tra i più sconosciuti della nostra Nazione, il giudice Rosario Angelo Livatino, la cui vita venne brutalmente interrotta per mano mafiosa.
La guida che, invece, ho utilizzato per entrare nelle suddette tematiche è stata la nostra Carta Costituzionale. Infatti, dall’esperienza di laboratorio che ho condotto lo scorso anno nelle scuole che mi hanno ospitato, mirata a comunicare i contenuti della Carta e a concepire attraverso la sua conoscenza il concetto di “giustizia” e di “uguaglianza sociale”, emerge un dato tragico relativo agli studenti che, addirittura, non conoscono la Carta stessa. Il dato si conferma soprattutto tra gli adolescenti, in particolar modo tra quelli inseriti in contesti caratterizzati da condizioni di disagio sociale e carenza di stimoli culturali.
Ho potuto notare come con l’avanzare dell’età dei miei interlocutori diminuisce smisuratamente l’interesse che questi nutrono nei confronti della realtà in cui vivono. Dagli stessi laboratori, però, se il fenomeno della non conoscenza si afferma come dato negativo, è altrettanto rilevante l’indice di partecipazione e gradimento dei contenuti esposti, come comprovato dalla numerosa raccolta di elaborati realizzati dagli studenti durante le ore di laboratorio. A tal proposito, credo sia necessario fare una premessa in merito alla partecipazione degli studenti: il laboratorio, seppure realizzato durante le ore scolastiche, non era in alcun modo imposto; gli studenti sono stati lasciati liberi di scegliere se aderire o meno alle attività; hanno esaminato prima dell’incontro, con l’ausilio degli insegnanti, il romanzo illustrato, oggetto portante delle tematiche di riflessione e, successivamente, hanno avuto la possibilità di scegliere se prendere parte o meno all’incontro di laboratorio. Pertanto, la partecipazione è da intendersi libera. Mi chiedo, dunque, con quale coraggio riusciamo a meravigliarci se oggi a prevalere sono modelli negativi dettati dal disinteresse.
“In questo mondo di eroi, nessuno vuole essere Robin”. Per quanto lontano dai miei gusti, non posso non convenire con Cremonini che, però, si sbaglia sul numero 10 dietro la schiena. Non c’è più, infatti, nemmeno l’ambizione a diventare un campione, talmente ci stiamo abituando al disagio. Tranquilli, non se la passa bene neanche Batman che vede diffondersi, come un virus sempre più difficile da debellare, i tanti che vogliono essere Joker: oggi folli rivoluzionari di matrice “Ledgeriana” che vogliono semplicemente vedere il mondo andare in fiamme ma domani destinati a fare i conti con Arthur Fleck.
Come stupirsi, dunque, davanti a chi afferma, ad esempio, che l’Olocausto sia un’invenzione e difronte al numero sempre più crescente di coloro che pensano questo? Precisamente, contro chi puntiamo il dito quando continuiamo a leggere di notizie aberranti che arrivano da ogni dove, che parlano di violenza, abusi, razzismo, cyber bullismo e vandalismo? Qualcuno saprebbe dirmi cosa diamine è, precisamente, una baby gang? Ma soprattutto, crediamo davvero che il problema sia nei giovani, se noi “vecchi” non sappiamo fare altro che indignarci ed etichettare?
Ho scelto la via della scuola perché dovrebbe essere il collante del tessuto sociale, per via della gratuità e l’obbligatorietà per almeno otto anni, così come previsto all’articolo 34 della Costituzione, e per il suo ruolo cardine nella costituzione dell’individuo.
L’unione con la scuola, in una cooperazione lungimirante e dedita a fornire gli strumenti necessari alla comprensione fin dagli anni della formazione, può favorire lo sviluppo di un pensiero critico, in modo tale da permettere di ritrovarsi non con la prima conoscenza di un diritto, ma con la consapevolezza di vederlo esercitato.
Il senso civico, la cultura della legalità, lo sviluppo di un individuo non si esauriscono in un’azione di sola trasmissione delle informazioni, tantomeno in un appuntamento fisso con la memoria segnato sul calendario. Piuttosto, essi si costruiscono attraverso un percorso educativo, mirato a stimolare le potenzialità di ogni individuo nel suo divenire cittadino e a fornirgli gli strumenti utili per partecipare a un reale godimento della vita pubblica. Solo così, forse, potremmo definirci realmente un paese democratico e, magari, sperare di veder nascere un interesse nuovo verso il mondo, una nuova umanità, lontana dalla fotografia di questo tempo.
Perché di una foto si tratta, un momento immortalato in uno scatto, un tempo morto che rinasce ciclicamente come un ricordo. Non può essere presente né tantomeno reale.
Per questo è importante, oltre che responsabile, partire dalle fondamenta del nostro sistema, vale a dire dal momento di formazione di un individuo: determinare il suo essere cittadino, sforzandosi di trovare il metodo giusto per favorire l’apprendimento e non ridurre il tutto a una sentenza di fallimento, compromettendo le potenzialità di crescita con una decisione autoritaria, e non autorevole, che ha l’aspetto di una punizione.
Inoltre, l’esclusione è un’altra pericolosa azione che contribuisce ad alimentare l’impoverimento socio-culturale e Rosario, il protagonista del romanzo etichettato per bambini, lo intuisce e cerca di spiegarlo, scontrandosi, ironia della sorte, contro il muro del pregiudizio e della presunzione di avere il mondo etichettato in tasca tipica di un adulto cresciuto come un adolescente inerte e annoiato.
Per mia fortuna, però, Rosario ha tredici anni e la possibilità di scegliere il meglio, in un contesto che spesso, per facilità, favorisce il peggio. É uno studente, come i tanti che ho già incontrato e incontrerò, che sono andati oltre l’etichetta, per concedersi il gusto e il piacere della conoscenza.

Chiudi il menu